Eugenio Dallari — Artista contemporaneo

Pittura · Installazioni · Performance

Artista contemporaneo (n. 1994, Segrate). Vive e lavora a Cologno Monzese.

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Spettri — 2026
Persone

2025 · Installazione

Persone

“I vestiti sono contenitori di corpi come i corpi sono a loro volta i contenitori delle anime, il capo di abbigliamento è l'ultima vestigia, il segnaposto che rimane quando qualcuno non c'è piu.”

Textile Archeology In un mondo in cui l’immagine — nella sua bidimensionalità fotografica o filmica — è diventata lo strumento d’elezione per raccontare e validare l’individuo, l’artista Eugenio Dallari riporta l’attenzione sulla materia: l’abito. "I vestiti sono contenitori di corpi, come i corpi sono, a loro volta, i contenitori delle anime; il vestito è l’ultimo feticcio, il segnaposto che rimane quando qualcuno non c’è più", spiega Dallari. Diplomatosi a Brera durante l’emergenza Covid, l’artista ha vissuto il momento in cui il corpo si smaterializzava e la vita traslava interamente nella rete. Se Michelangelo sosteneva che il blocco di marmo contenesse già la forma e che il compito dell'artista fosse solo quello di liberarla, Dallari lavora sul "contenitore" della forma umana per farne emergere l’individuo. L’insieme caotico degli abiti è la materia da cui si svela il corpo. Scompare, per lui, l’idea dello scultore della materia solida e longeva, per "vestire i panni" dello scultore e pittore della materia morbida, dinamica, frammentata e deteriorabile, che elegge il corpo a proprio fulcro narrativo. Dallari lavora sui vestiti come su un'eredità effimera prodotta dall’essere umano, capace di sommergerlo tanto quanto di proteggerlo, rappresentarlo e ricordarlo, sia come individuo che come essere sociale. "Spesso l’abito è il segnaposto di chi non c’è più — dice Dallari — il simbolo di un passato che, con la sua presenza materiale, ci restituisce la persona più di una fotografia. C’è la sua forma, il suo profumo, il suo colore, il suo modo di stare al mondo; il suo posto ancora saldo nel mondo fisico". L’abito come reliquia eleva ogni individuo a figura sacra. Dallari compie uno spostamento del sacro nella dimensione umana: non usa la luce per illuminare l'uomo e le piccole cose quotidiane — come ci insegnarono a vedere Caravaggio o Van Gogh — ma si serve di un involucro. Una sorta di bozzolo dell’anima, tessuto dall’Uomo per essere "presentabile" al mondo. Il suo lavoro rimanda all’Arte Povera di Pistoletto e Pascali, ma affonda le radici in una narrazione contemporanea per raccontare non solo la frammentazione e il caos, ma la perdita d'identità, del corpo, del senso sociale e dell’equilibrio tra produzione antropica e naturale. Dallari propone dipinti come piccoli scorci di un paesaggio completamente dominato da un insieme indistinto di vestiti e tessuti, da cui emergono frammenti anatomici: una mano, un volto. L’uomo ne è sommerso, quasi oppresso, come se gli abiti fossero macigni. Sono materiali scelti per testimoniare abitazioni, corpi e vite — spesso finite o abbandonate — ma anche dimensioni scomposte di esistenze possibili: camouflage di un unico individuo e, al contempo, di una moltitudine. Oggi esistono luoghi dove gli abiti dismessi sono diventati isole, colline, stratificazioni di una nuova archeologia: quella del "disabitare". Gli abiti diventano testimonianze dell’allontanamento dal proprio "stare" al mondo per farsi manifestazione di una civiltà svestita, che non sa più scegliere come presentarsi, priva di modelli e quasi priva di corpi. Da queste premesse, le installazioni di Dallari raccontano tanto l’emarginazione quanto il fast fashion, risultato di un consumismo compulsivo di abiti pensati per interpretare "vite possibili o usa e getta". Ma evocano anche gli abiti sparsi sulle spiagge o galleggianti nel Mediterraneo, macabre testimonianze della ricerca di nuovi luoghi da "abitare". L’abito diventa così il naufragio di un individuo che non si sente più a casa, a cui non è rimasto che un corpo nudo, sepolto da vestiti tra cui non sa più scegliere. Riguardo al tessuto, l'abito o il drapeggio sono elementi formali ricorrenti nelle mie opere. L'abito è il contenitore del corpo. Il corpo contiene l'anima ma corpo e anima non sono due cose separate o separabili, L'abito nasce in quanto tale ed è ciò che rimane quando la persona scompare. Nell'ottocento gli spettri potevano essere semplici abiti fluttuanti. I vestiti hanno un forte valore simbolico perchè richiamano la forma e la memoria della persona, l'abito può essere su misura oppure troppo grande o troppo piccolo, e nella pittura il drappeggio libera la pennellata dal quella rigidità formale, consentendole di esistete anche solo come semplice gesto: nelle pitture esposte nelle gallerie d'arte moderna e in pinacoteca questo si vede benissimo: la pennellata a volte si sfalda nella rappresentazione di un riflesso o di una piega di un abito, passa dalla figurazione all'astrazione, per così dire. Tutti i quadri sono astratti, anche i quadri più realistici e verosimili sono, In realtà, rappresentazioni bidimensionali di una realtà tridimensionale o monodimensionale ma anche multidimensionale a seconda dell'intento dell'artista. Il dipinto è sempre rappresentazione astratta della verità.  Sono fermamente convinto che la tricotomia tra arte concettuale, astratta e figurativa è solo una convenzione, sia perchè dietro ogni opera si cela un concetto, sia perchè ogni opera ha inevitabilmente una forma; così come ogni opera rappresenta la realtà o la fantasia tramite un'astrazione. Inoltre anche la dicotomia tra realtà è fantasia è sottile, poichè la fantasia È astrazione e concettualizzazione della realtà che, combinandosi tramite un libero gioco tra intelletto e immaginazione, da vita ad una nuova realtà, immaginifica. E.C. Dallari

A VERY LONG SAILING TRIP

2023 · Performance

A VERY LONG SAILING TRIP

Pittura e performance sono due espressioni che utilizzo separatamente anche se alcuni aspetti del mio approccio alla pittura contengono tratti di carattere performativo. " Il depotenziamento della figura stessa del pittore, la delega del fare, la ripetizione e la messa in scena della pittura nel suo risultato finale hanno inevitabilmente tratti performativi ma questi rimangono in un ambito privato e di non facile accesso ai futuri fruitori dell’opera. Diverso l’atteggiamento quando assumo la regia di una performance nel mio ruolo di docente dell’Accademia di Brera, o attore-produttore del gruppo E il Topo. Qui un cieco con in mano una telecamera registra l’azione che intorno a lui si svolge. Tutto ciò che rimane della performance sono le sue rocambolesche riprese. Volendo utilizzare una metafora direi che l’ironia è un comodo divano su cui si ha voglia di stendersi per ribaltare il senso di ciò che si vede. Più facile se si è in una comoda posizione. Molto spesso però ciò che si vede è solo quello che si vede e nient’altro. D’altronde Duchamp diceva «ce sont les regardeurs qui font les tableaux». Più semplicemente che c’è ancora e sempre gente che guarda, e per fortuna o no, tutto può essere semplicemente ribaltato." Gabriele Di Matteo

Quanto dura una lampadina?

2021 · Tempera su carta

Quanto dura una lampadina?

“L'artista che si rifiuta di imitare la natura nella minuzia delle sue particolarità, e che si vota alla vasta generalità della favola tragica, non può tuttavia evitare di metterci di fronte alla particolarità dell'individuo, del suo sogno e del suo tormento personali. Quest'arte si sviluppa quindi nella dimensione di un idealismo soggettivo: inventa un mondo separato, uno spettacolo mentale, su fondo di tenebra.”

Jean Starobinski

Per il Giorno della Memoria 2021 l’Accademia di Belle Arti di Brera si ricollega idealmente alla prima mostra presentata al Memoriale della Shoah di Milano nell’anno 2015, dedicata ai disegni di Aldo Carpi, prima vera collaborazione dell’Accademia di Brera col neonato Memoriale della Shoah di Milano. Per questo motivo si è nuovamente voluto coinvolgere il Memoriale della Shoah e anche l’Associazione Figli della Shoah per ospitare e collaborare all’iniziativa di quest’anno. Aldo Carpi, professore di pittura a Brera, a causa di una delazione di un collega, viene arrestato dai fascisti e poi deportato prima a Mauthausen e poi nel suo più tragico “Kommando”, quello di Gusen, dove conobbe la tragica figura dei “muselmann”, parola che nel gergo Lagerszpracha dei campi indicava i prigionieri con inedia fino alle ossa già in fase di pre-agonia. Il suo è forse l’unico diario uscito dai lager nazisti, uno dei pochi documenti “diretti”, in forma di lettere alla moglie, che siano stati pubblicati sui campi di concentramento. Ciò che colpisce in esso è la sua forza morale e l’intatta capacità della riflessione artistica. La vita del campo viene descritta e disegnata con immagini dolenti e sconvolgenti. In un anno difficile come quello che si è appena concluso, l’esempio di Aldo Carpi è certamente fonte di ispirazione. Quest’anno dunque l’Accademia di Brera si è voluta misurare con queste importanti tematiche attraverso una mostra/installazione, in cui l’esempio tratto dalle parole toccanti di Aldo Carpi e dai suoi disegni è stato un fecondo terreno di prova per i professori e gli studenti che hanno aderito al nostro invito e che ha dato vita a una quarantina di intense opere, nello specifico delle carte in bianco e nero, simboliche tessere che comporranno un’installazione al Memoriale, un ideale mosaico a parete.

Qui e Ora

2020 · Performance

Qui e Ora

“Penso che le cose non esistano. Un bicchiere, un uomo, una gallina per esempio, non sono veramente un bicchiere, un uomo, una gallina, sono soltanto la verifica delle possibilità di esistenza di un bicchiere, di un uomo, di una gallina. Perchè le cose possano esisttere bisognerebbe che fossero eterne, immortali. Solo così cesserebbero di essere unicamente la verifica di certe possibilità e diverrebbero cose esistenti”

Gino de Dominicis

QUI E ORA, dello spazio e della forma.

Spazio definito di 50x70x100 cm. circa. Delineare questo spazio è la necessità personale di creare un ambiente che esista solo grazie alla mia presenza, e che cessi di esistere con la mia assenza. L' opera è anche il tentativo di raggiungere il grado più estremo dell'altrazione, una scultura che non necessiti dei sensi per essere percepita, che esista solo nella mente dell'osservatore e che prenda corpo attraverso la sua immaginaizone.

Someone Left

2019 · Carta, adesivo

Someone Left

“Lama trafigge Il corpo sottile Bella carta bianca Cono di carta Sul capo appoggia Nascondendoti al cielo”

Workshop with Boris Schwencke on paper uses within artistic manifestations - improv performance.

Opera realizzata con l'esclusivo utilizzo della carta, esplorando le possibilità che questo materiale concede in rela- zione alla sua plasticità e al movimento del corpo.

Mommy Dearest Slap

2018 · Videomake

Mommy Dearest Slap

“La donna è il negro del mondo” cantava John Lennon con la Plastic Ono Band. Il titolo del brano era stato coniato in origine da Yōko Ono.

Una sera un uomo di teatro chiese a Jean Genet di scrivere una commedia per un gruppo di attori negri, lui si chiese: Ma che cosa è poi un negro? E per prima cosa di che colore sono i negri? Nelle note di prefazione della sua opera intitolata: "I negri", Genet specifica: "Questa commedia scritta da un bianco, è destinata a un pubblico di bianchi. Nello sfortunato caso in cui venga rappresentata di fronte a un pubblico di neri, una persona bianca dovrà ad ogni rappresentazione sedere in prima fila, vestito in maniera formale, in abito da cerimonia: gli attori reciteranno per questa persona. Un occhio di bue dovrà essere costantemente acceso su questo simbolico bianco. Se nessun bianco accetta di rivestire questo ruolo, all'ingresso saranno distribuite maschere da bianco a tutti gli spettatori neri. E se tutti i neri rifiutano di indossarla, si ricorrerà a un manichino"

270 Volti

2022 · Tecnica mista

270 Volti

“Between the idea And the reality Between the motion And the act Falls the Shadow”

150x70 c.a.

The Owners

31/10/19 -> 21/11/19 · Performance

The Owners

“Macelleria catene coltelli cera spatola Masochismo ceretta grembiule sangue cuffietta guanti latex Sadismo Luce”

Art Performance inspired by Caryl Churchill’s work: “The Owners”

Performance realizzata in workshop con Francesco Bianchi sul teatro al femminile, accademia di Brera 2019, tratto da The Owners, una piece di 2 atti e 14 scene sull'ossessione di potere e sugli stereotipi di genere nelle coppie tradizionali. scritta e prodotta a Londra dalla drammaturga Caryl Churchill nel 1972. Performer: Stefano Melissa - Aurora Giancarli - Giulia Longoni - Emma Dotti - Eugenio Costantino Dallari Irene Galli - Marisol Blandon Guapacha - Camilla Rocchi - Leo Cogliati - Rebecca Rizzato

SILUET-US

2019/2020 · Performance

SILUET-US

“Un' energia universale che attraversa tutto: dall'insetto all'uomo, dall'uomo allo spettro, dallo spettro alla pianta, dalla pianta alla galassia”

Eugenio C. Dallari - Beatrice Algeri - Irene Galli

Performance insipired by Ana Mendieta's Siluetas (1973-1980)

Workshop Femminisssmmm 2 my theatre a cura di Maria Rosa Sossai, studio e reenactment della modalità espressive delle artiste attive durante gli anni 70' del secolo scorso. indagine sull'appartenenza alla terra durante la rivoluzione digitale in contesto urbano.