
2025 · Installazione
Persone
“I vestiti sono contenitori di corpi come i corpi sono a loro volta i contenitori delle anime, il capo di abbigliamento è l'ultima vestigia, il segnaposto che rimane quando qualcuno non c'è piu.”
Textile Archeology In un mondo in cui l’immagine — nella sua bidimensionalità fotografica o filmica — è diventata lo strumento d’elezione per raccontare e validare l’individuo, l’artista Eugenio Dallari riporta l’attenzione sulla materia: l’abito. "I vestiti sono contenitori di corpi, come i corpi sono, a loro volta, i contenitori delle anime; il vestito è l’ultimo feticcio, il segnaposto che rimane quando qualcuno non c’è più", spiega Dallari. Diplomatosi a Brera durante l’emergenza Covid, l’artista ha vissuto il momento in cui il corpo si smaterializzava e la vita traslava interamente nella rete. Se Michelangelo sosteneva che il blocco di marmo contenesse già la forma e che il compito dell'artista fosse solo quello di liberarla, Dallari lavora sul "contenitore" della forma umana per farne emergere l’individuo. L’insieme caotico degli abiti è la materia da cui si svela il corpo. Scompare, per lui, l’idea dello scultore della materia solida e longeva, per "vestire i panni" dello scultore e pittore della materia morbida, dinamica, frammentata e deteriorabile, che elegge il corpo a proprio fulcro narrativo. Dallari lavora sui vestiti come su un'eredità effimera prodotta dall’essere umano, capace di sommergerlo tanto quanto di proteggerlo, rappresentarlo e ricordarlo, sia come individuo che come essere sociale. "Spesso l’abito è il segnaposto di chi non c’è più — dice Dallari — il simbolo di un passato che, con la sua presenza materiale, ci restituisce la persona più di una fotografia. C’è la sua forma, il suo profumo, il suo colore, il suo modo di stare al mondo; il suo posto ancora saldo nel mondo fisico". L’abito come reliquia eleva ogni individuo a figura sacra. Dallari compie uno spostamento del sacro nella dimensione umana: non usa la luce per illuminare l'uomo e le piccole cose quotidiane — come ci insegnarono a vedere Caravaggio o Van Gogh — ma si serve di un involucro. Una sorta di bozzolo dell’anima, tessuto dall’Uomo per essere "presentabile" al mondo. Il suo lavoro rimanda all’Arte Povera di Pistoletto e Pascali, ma affonda le radici in una narrazione contemporanea per raccontare non solo la frammentazione e il caos, ma la perdita d'identità, del corpo, del senso sociale e dell’equilibrio tra produzione antropica e naturale. Dallari propone dipinti come piccoli scorci di un paesaggio completamente dominato da un insieme indistinto di vestiti e tessuti, da cui emergono frammenti anatomici: una mano, un volto. L’uomo ne è sommerso, quasi oppresso, come se gli abiti fossero macigni. Sono materiali scelti per testimoniare abitazioni, corpi e vite — spesso finite o abbandonate — ma anche dimensioni scomposte di esistenze possibili: camouflage di un unico individuo e, al contempo, di una moltitudine. Oggi esistono luoghi dove gli abiti dismessi sono diventati isole, colline, stratificazioni di una nuova archeologia: quella del "disabitare". Gli abiti diventano testimonianze dell’allontanamento dal proprio "stare" al mondo per farsi manifestazione di una civiltà svestita, che non sa più scegliere come presentarsi, priva di modelli e quasi priva di corpi. Da queste premesse, le installazioni di Dallari raccontano tanto l’emarginazione quanto il fast fashion, risultato di un consumismo compulsivo di abiti pensati per interpretare "vite possibili o usa e getta". Ma evocano anche gli abiti sparsi sulle spiagge o galleggianti nel Mediterraneo, macabre testimonianze della ricerca di nuovi luoghi da "abitare". L’abito diventa così il naufragio di un individuo che non si sente più a casa, a cui non è rimasto che un corpo nudo, sepolto da vestiti tra cui non sa più scegliere. Riguardo al tessuto, l'abito o il drapeggio sono elementi formali ricorrenti nelle mie opere. L'abito è il contenitore del corpo. Il corpo contiene l'anima ma corpo e anima non sono due cose separate o separabili, L'abito nasce in quanto tale ed è ciò che rimane quando la persona scompare. Nell'ottocento gli spettri potevano essere semplici abiti fluttuanti. I vestiti hanno un forte valore simbolico perchè richiamano la forma e la memoria della persona, l'abito può essere su misura oppure troppo grande o troppo piccolo, e nella pittura il drappeggio libera la pennellata dal quella rigidità formale, consentendole di esistete anche solo come semplice gesto: nelle pitture esposte nelle gallerie d'arte moderna e in pinacoteca questo si vede benissimo: la pennellata a volte si sfalda nella rappresentazione di un riflesso o di una piega di un abito, passa dalla figurazione all'astrazione, per così dire. Tutti i quadri sono astratti, anche i quadri più realistici e verosimili sono, In realtà, rappresentazioni bidimensionali di una realtà tridimensionale o monodimensionale ma anche multidimensionale a seconda dell'intento dell'artista. Il dipinto è sempre rappresentazione astratta della verità. Sono fermamente convinto che la tricotomia tra arte concettuale, astratta e figurativa è solo una convenzione, sia perchè dietro ogni opera si cela un concetto, sia perchè ogni opera ha inevitabilmente una forma; così come ogni opera rappresenta la realtà o la fantasia tramite un'astrazione. Inoltre anche la dicotomia tra realtà è fantasia è sottile, poichè la fantasia È astrazione e concettualizzazione della realtà che, combinandosi tramite un libero gioco tra intelletto e immaginazione, da vita ad una nuova realtà, immaginifica. E.C. Dallari








